Per volare, occorre prima battere le ali

La nostra storia culturale non include una attenzione spontanea al linguaggio delle emozioni. 

E’ estremamente raro che, fin dall’infanzia, si solleciti l’espressione e la comprensione dei contenuti esprimibili attraverso le emozioni e sollecitati dagli stati emozionali. Eppure esprimersi attraverso stati d’animo, emozioni è molto istintivo e diretto…..ma in realtà….quando mai sarebbe possibile trovarsi sulle montagne russe e provare quel turbinio di emozioni, senza che il corpo partecipi vivamente alla loro manifestazione??!!!!!!! Come potrebbe, un neonato, sentirsi sazio, pulito, accudito con amore, senza dimostrarlo anche attraverso una postura rilassata e quelle adorabili espressioni facciali che ci fanno impazzire di tenerezza???!!!! In questo modo, siamo indotti a reprimere quell’innato e meraviglioso mix di capacità espressive, derivanti alla perfetta sinergia che scaturisce dalla nostra più ancestrale natura, che non divide, ma combina armoniosamente corpo ed emozioni, movimento e ed emozioni, senza esclusioni. E così,  vivendo e vivendo, semplicemente si dimentica. Si dimentica, si perde il ricordo. E come tutte le cose che si perdono, semplicemente si è destinati a ritrovarlo! Va poi evidenziato come, per la specie umana, il linguaggio verbale abbia conquistato il primato quasi esclusivo di canale di comunicazione prediletto. Capita assai spesso, di “non trovare le parole” per esprimere un concetto, uno stato d’animo, un’idea, un’intenzione….e questo ci fa sentire frustrati, incompresi. Capita anche di desiderare che qualcuno riesca a “leggere” cosa stiamo provando, pensando, sperando in quel preciso momento; per sentirci meno soli, meno incompresi, meno incapaci di raccontarci; per scoprirci capaci di arrivare al cuore delle persone senza fatica e in grado di comunicare esattamente ciò che desideriamo condividere, semplicemente e spontaneamente. Quando però ci lasciamo soffocare da un eccessivo controllo o quando spegniamo la spontaneità e la freschezza espressiva, arriviamo persino a smettere di comunicare. Tutto questo autosabotaggio ci conduce ad una inevitabile sofferenza, che ci fa dimenticare persino il motivo alla base della nostra sofferenza.  Ecco quindi che cominciano anche a comparire dolori fisici, tensioni muscolari inaspettate, difficoltà di vario genere, come l’insonnia, che via via minano la gioia di vivere: somatizzare significa trasformare il dolore emotivo in dolore fisico. Quanto sarebbe semplice invece ascoltare, comprendere quello che il nostro corpo desidera comunicare? In fondo le sensazioni fisiche non fanno altro che rendere più accessibili i contenuti complessi delle nostre emozioni. Per questo viene spontaneo rifarsi al rasoio di Occam, un modello di pensiero secondo il quale, a parità di tutte le altre condizioni, è sempre da preferire la spiegazione più semplice di un fenomeno o la soluzione più immediata di un problema. Il rasoio di Occam (o anche di Ockham) è un modello mentale attribuito al frate francescano William di Ockham (1287 – 1349), considerato uno dei filosofi più influenti del XIV secolo. Il principio viene definito da William in questi termini: “Pluralitas non est ponenda sine necessitate” (Non considerare la pluralità se non è necessario) e “Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora” (E’ inutile fare con più ciò che può essere fatto con meno). Viene anche definito “principio della parsimonia” e suggerisce che, a parità di tutte le altre condizioni, sia sempre da preferire la spiegazione più semplice di un fenomeno o la soluzione più immediata di un problema.  Ri-cordarsi  quindi com’è semplice restare in ascolto, soprattutto di quanto voglia dirci il nostro corpo, magari respirando consapevolmente, costituisce certamente la via più breve ed efficace per riscoprire un sano equilibrio interiore ed una spontanea propensione a sani rapporti interpersonali.

  daniela rossini